Le donne italiane che scelgono di interrompere volontariamente la gravidanza non hanno vita facile in Italia. E’ questo il motivo che ha portato il Consiglio d’Europa a bacchettare ancora una volta il nostro Paese per le troppe difficoltà a cui sottopone le donne intenzionate a ricorrere all’aborto: nonostante la legge 194 dia il via libera a ciascuna donna di poter scegliere se interrompere o no la propria gravidanza, di fatto, in Italia, abortire non è poi così facile.

Secondo il Consiglio d’Europa – che ha accolto un ricorso presentato dalla Cgil sulla violazione dei diritti alla salute delle donne – in Italia v’è ancora troppa discriminazione nei confronti di medici e di personale medico che ha scelto di non praticare l’obiezione di coscienza su questa specifica materia, tanto che si parla di “vittime di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”.

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La Cgil aveva presentato ricorso tre anni fa, sostenendo che in Italia non venisse applicato a dovere l’articolo 9 della legge 194, ossia quell’articolo tramite il quale si stabilisce che gli ospedali abbiano sempre l’obbligo di assicurare l’accesso ai trattamenti di interruzione della gravidanza anche quando al loro interno ci sono nutrite schiere di personale obiettore. E infatti reperire strutture che permettano l’accesso all’aborto non è ancora cosa facile nel nostro Paese: a livello nazionale gli obiettori rappresentano tra il 67 e l’80,5% del personale medico (con una punta più alta al Sud e un livello più basso al Nord).

Soddisfatta Susanna Camusso, segretario generale della Cgil che a margine di quanto dichiarato dal Consiglio d’Europa parla di una “sentenza importante che ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194”, una legge che a suo dire “non può restare solo su carta perchè lo Stato deve fare da garante nel diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito, e deve farlo affinchè le donne possano scegliere con la massima libertà se diventare madri oppure no senza subire alcuna discriminazione”.

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